Tumore alla prostata: definizione
Il carcinoma della prostata rappresenta una grave questione di sanità pubblica e la sua incidenza è destinata ad aumentare nei prossimi anni, a causa del costante aumento dell’età media della popolazione.
Questo tumore, che è abbastanza raro prima dei 60 anni, occupa infatti, nelle fasce d’età più avanzate, il primo posto come numero di casi riscontrati e il secondo come causa di morte per neoplasie.
A questo proposito, nell’ultimo decennio, si sono registrati circa 85.000 nuovi casi di carcinoma della prostata nei paesi della Comunità europea, di cui circa 20.000 per anno nella sola Italia.
Non sono ancora stati dimostrati specifici fattori ambientali di rischio o comportamenti che favoriscano la comparsa di questo tipo di tumore che si riscontra un po’ più di frequente nei neri statunitensi e con frequenza diminuita nelle popolazioni asiatiche.
Questa neoplasia mostra anche una leggera tendenza a manifestarsi su base familiare, benché in modo non costante e significativo.
L’unico fattore di rischio, certo ma non modificabile, è l’età: il 67 per cento degli ultraottantenni ha, infatti, un microscopico tumore maligno della prostata, anche se spesso in fase asintomatica.
Sintomi
Il carcinoma della prostata si presenta spesso in modo silenzioso, con segni obiettivi o sintomi soggettivi per periodi di tempo anche lunghi (alcuni anni); la scoperta è infatti spesso accidentale e avviene nel corso di visite mediche o di accertamenti strumentali eseguiti per altri motivi.
In alcuni casi la crescita tumorale provoca, in una fase ancora iniziale, un ostacolo al deflusso dell’urina che si manifesta con sintomi assai simili a quelli dell’ipertrofia prostatica benigna, un’altra malattia molto frequente in questa fascia d’età: questo può talvolta comportare un ritardo nella diagnosi.
In circa il 10 per cento dei pazienti la malattia esordisce già con i sintomi di metastasi a distanza, dovuti quasi sempre a lesioni ossee che si manifestano sotto forma di dolori insistenti allo scheletro e/o di fratture patologiche (che avvengono cioè in assenza di un trauma).
Vista la scarsità dei sintomi nelle fasi iniziali e la ovvia necessità di una diagnosi precoce, negli ultimi anni la medicina ha cercato di impostare alcuni programmi di screening, allo scopo di scoprire la malattia in tempo utile per poter effettuare terapie realmente efficaci e col minimo possibile di effetti collaterali.
L’osservazione prolungata nel tempo delle neoplasie prostatiche ha però messo in luce come la loro rapidità di crescita e la loro aggressività siano molto variabili da caso a caso.
Molti pazienti a cui viene diagnosticato un tumore della prostata in fase ancora asintomatica, per esempio, sono destinati, specie se appartenenti alle fasce d’età più avanzate, a morire per altre cause, prima che il tumore abbia dato segno di sé.
Questo aspetto rende molto arduo programmare un’efficace screening, in quanto si rischia di trattare (con i rischi e i costi che questo comporta), pazienti che, per l’evoluzione naturale della loro vita, non avrebbero mai avuto bisogno di alcuna terapia per quel tumore.
Il dibattito sull’opportunità di eseguire questo screening è attualmente vivace e coinvolge gli aspetti più emergenti delle attuali politiche sanitarie: riflessioni sul rapporto tra costi e benefici, la medicina basata sulle prove, la farmacoeconomia.